Le arti divinatorie

Presenti sempre, in tutte le civiltà del pianeta

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L’uomo di tutti i tempi ha sempre cercato un contatto con le divinità per avere favori o consigli attraverso indovini, profeti, oracoli, sciamani, veggenti, astrologi.
Le civiltà antiche credevano che gli dei avessero potere sul mondo e su tutti gli uomini e che solo gli indovini fossero capaci di interpretare la volontà degli dei e di poter così prevedere l’avvenire degli uomini.

Alla base dei problemi esistenziali dell’uomo di tutti i tempi sta principalmente un sentimento di insicurezza sul suo divenire verso un futuro sconosciuto: la paura dell’ignoto l’accompagna dalla nascita.

La divinazione, quindi, comprende tutte le pratiche per ottenere informazioni da fonti soprannaturali. Risponde ad una delle esigenze umane primitive e sempre presenti: conoscere il futuro e l’ignoto.

L’oracolo di Delfi, il più famoso santuario di Apollo dell’antica Grecia

A Delfi, nella cella del tempio, davanti alla statua di Apollo, bruciava un fuoco perenne. Infatti al centro del pavimento si apriva una crepa da cui si sprigionavano vapori, di origine vulcanica, capaci di indurre una specie di trance. Al di sopra di questa crepa sedeva la sacerdotessa, chiamata Pizia, che dava i suoi responsi privati e pubblici a folle di fedeli nel nome del dio Apollo.
Famoso è il responso che ricevette Socrate: “Uomo, conosci te stesso e conoscerai gli dei e l’universo”.

L’aruspicina, una branca dell’arte divinatoria, nella Roma antica

Le pratiche divinatorie erano e sono molteplici, alcune in uso solo nell’antichità e si trovano ormai sepolte nel passato, come la lettura delle viscere degli animali sacrificati (aruspicina) per trarne segni divini e norme di condotta. Se tali viscere, ad esempio, assumevano una forma che ricordava il volto del terribile demone Humbaba, il sacerdote traeva funesti presagi.

Antro della Sibilla Cumana presso Napoli e i suoi vaticini “sibillini”.

Durante l’Impero Romano, famosa era la Sibilla Cumana, che svolgeva la sua attività oracolare nei pressi del Lago d’Averno, vicino a Pozzuoli, in una caverna conosciuta come “Antro della Sibilla”.
Nel suo antro la sacerdotessa, ispirata dal dio Apollo, trascriveva i suoi vaticini su foglie di palma che, alla fine della predizione, erano mischiate dai venti provenienti dalle cento aperture dell’antro, rendendo i vaticini di ambigua interpretazione e quindi “sibillini”.
La Sibilla Cumana è stata uno degli oracoli più conosciuti e consultati del mondo antico, le cui predizioni sono descritte in numerose opere di autori greci e latini. Negli anni ’30 del secolo scorso, una campagna di scavi condotta ad ovest di Napoli, ha portato alla luce la caverna, nota come l’Antro della Sibilla.

Nel Medioevo il declino delle pratiche divinatorie

Con l’avvento del Cristianesimo le pratiche divinatorie pagane e i templi oracolari vennero progressivamente abbandonati. Nel Medioevo, a partire dal XIII secolo, durante il periodo della Santa Inquisizione, gli indovini, al pari degli stregoni, venivano giudicati eretici, scomunicati e, soprattutto nel periodo della caccia alle streghe, condannati a morte sul rogo.

Gli indovini nell’ Inferno dantesco

Nel 20° canto dell’Inferno, Dante, in epoca cristiana, punisce gli indovini. La loro pena è di avere il capo irrimediabilmente volto al contrario: «Vollero veder troppo avante” e ora sono costretti a guardare solo indietro.